“Il volto umano: natura e relazione” (versione tardiva)

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Il volto: essenza e relazione (versione giovanile)

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Il volto: essenza, trascendenza e presenza

(Romani 12: 2)

A. Natura essenziale del volto

1. Custodire l’essenza del volto – Non conformatevi a questo mondo…

La vera essenza dell’uomo si presenta nel suo volto. Il volto è forma ambigua di una suprema presenza: l’uomo è pervaso dal divino. Certamente, il volto è una realtà bivalente: è contrassegno d’umanità e segno d’identità umana; inoltre è anche segno della sua origine divina. Le coordinate dell’anima si misurano dallo status del volto. Il volto è il segno esterno di una realtà interna e intima della persona: la sua essenza divina. Anche il vissuto intimo si esterna nel dinamismo del volto, che porta con se le tracce della lotta o serenità interiore. L’essenza espressa nel volto è l’espressione simultanea dell’assoluta subordinazione e della sua assoluta libertà, della sua origine e della sua essenza. È qualcosa che Dio dona ma che anche l’uomo possiede; è l’unione del divino con l’umano, è l’incarnazione del Dio Creatore nel suo creato, l’archetipo dell’uomo paradigmatico che la creazione promuove.

Il volto dell’altro è l’affermazione genuina della propria essenza. La compartecipazione relazionale (coppia) è sembianza umana dell’essenza divina. L’essenza divina appartenente a tutti assicura nel volto lo spazio d’incontro con l’altro. L’essenza di Dio materializzata nell’uomo è secondo l’immagine di Dio, il volto che Dio ha destinato all’uomo di vivere. L’uomo non è egli stesso l’assoluto, è solo una riflessione di esso. Ogni uomo è depositario dell’assoluto splendore originario dell’immagine di Dio (creazione). Questo volto può essere tutelato solo nella contemplazione del volto divino fattasi carne. La riduzione di Cristo allo stato umano per concretizzare la redenzione, dà l’opportunità di restauro e sviluppo del volto verso lo stato d’essenza divina pura. Non conformarsi a questo mondo significa perciò salvaguardare l’essenza del volto creaturale e promuovere la sua nobilitazione.

2. Trasformazione (essenzializzazione) del volto – Ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente…

L’essenza espressa nel volto non è statica: è un valore da conservare ma anche da sviluppare. Il dinamismo del volto vuol dire crescita, rinnovamento costante, non ossificazione. La trasformazione del volto secondo quello di Cristo evidenzia l’attribuirsi il volto di Dio che si attua per opera di Cristo, che ci dà “il volere e l’agire” (Filipesi 2: 13). Egli è il volto del Padre; è il Figlio di Dio e dell’uomo. Chi ha visto il Figlio ha visto pure il Padre. Cristo è l’essenza dell’umanità ed è pure l’essenza della divinità svelatasi all’umanità. Cristo è il volto della trascendenza fattasi manifesta nell’immanenza del volto umano. Cristo è la persona infinita che si rende finita per scoprire l’appariscenza del volto del suo Padre. Cristo è il mistero della divinità che è stato dissimulato dal serpente per poi essere reso palese alla croce. Cristo prende su di se il volto del peccato facendosi peccato per noi per concedere redenzione dal vincolo mortale del peccato. Egli annienta con la croce il volto del peccato per riconquistarsi la sua immagine vera. Cristo dà a tutta l’umanità, la possibilità di riprendersi il volto avuto prima del peccato per ritornare all’essenzialità originaria.

Cristo raffigura con la sua umanità l’uomo universale che è immagine di Dio; rappresenta tutta l’umanità e nello stesso tempo ogni individuo, che si riflette in ogni volto con la sua bellezza caratteristica. Ciascun volto non sussiste in virtù di un altro ma ha la sua teleologia; tuttavia è rapportato all’uomo universale, all’immagine di Dio incarnata in Cristo. Adamo è il prototipo dell’umanità caduta; Cristo – di quella vincente. Noi siamo chiamati alla vittoria in Cristo. A Cristo non manca la visione ed è capace di cogliere delle virtù nei credenti. Cristo, il secondo Adamo, vede in noi degli eroi che possono avere vittoria nella trasformazione del volto secondo la somiglianza divina.

B. Natura relazionale del volto

1. Trascendenza del volto – Affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio…

Nel esporsi ad una relazione con il mondo vi sono diversi generi di rapporto che si realizzano in modo diverso. Il rapporto con un oggetto è diverso da quello con l’altro. Dio non si lascia confinare nella nostra mente o nelle nostre categorie. L’uomo non può vedere Dio, ma lo può percepire. Il senso di mistero appare quando l’uomo sta davanti a Dio. Qui abbiamo un rapporto che s’istaura con la realtà della trascendenza. Il limite della nostra percezione stabilisce Dio come il grande assente (se fosse veramente assente non saremmo in grado di percepire neanche l’assenza) perché troppo grande per noi. Forse questa assenza derivi da un’eccessiva presenza: lo percepiamo assente perché è troppo presente. Vi è un altro modo per capire questa assenza: se Dio non si manifestasse attraverso l’assenza, e se fosse presente alla nostra percezione sarebbe nelle nostre mani. Dio non si lascia percepire come un oggetto.

Ciò che abbiamo detto di Dio ha a che fare con il mistero, con l’enigma. Il fenomeno è ciò che si evidenzia grazie a delle impressioni sensibili che uno ha. Il fenomeno è un altro tipo di descrizione della realtà. Il volto ha forma sensibile; è l’essenza del sensibile. Questa sensibilità del volto permette l’esserci della relazione. L’uomo si trova in mezzo fra la realtà fenomenica (sensibile) e quella trascendentale (spirituale). L’uomo può percepire la presenza del volto altrui, come un fenomeno e/o come manifestazione del trascendente. Questo volto non è misurabile né afferrabile poiché l’essenza sua è trascendente. Il volto si rifiuta di essere contenuto, posseduto, spiegato. “Rappresentarsi qualcosa significa assimilarla a sé, includerla dentro di sé, dunque negarne l’alterità.”

Il volto è il veicolo per conoscere Dio, è il tramite con cui si percepisce di essere percepito. Osservando il volto dell’altro, che è ad immagine di Dio, si può conoscere per esperienza Dio ed il suo volto. Il volto è ciò che accomuna Dio e uomo. Svolgendo una relazione con il volto umano si relaziona con Dio stesso. Il volto è esperienza metafisica solamente quando l’uomo si trova di là di sé stesso, vale a dire quando incontra il volto altrui. “…L’essenza di questa esistenza umana si trova nel proprio autotrascendimento: essere uomo vuol dire, infatti, essere sempre rivolto verso qualcosa o verso qualcuno. L’uomo si protende all’esterno ed effettivamente oltrepassa se stesso e raggiunge il mondo, un mondo in pratica denso d’esseri da incontrare e di significati da realizzare. L’esistenza umana non è autentica se non è vista in termini d’autotrascendenza.” Il reale è definito non solo dalla presenza dell’io ma anche dalla presenza dell’altro. Il trascendente si accoglie attraverso dei segni: l’altro è un segno (della trascendenza). L’alterità è concreta, l’io incontra l’assolutamente altro, il luogo d’incontro con la metafisica. Il Signore opera concretamente attraverso gli strumenti della realtà storica, utilizzando delle persone che vivono sulla terra. Dio non violenta l’uomo sospendendo le leggi di natura per inserirsi, imporsi alla realtà umana. Dio si “fa vivo” attraverso il volto altrui, il tramite della relazione con Dio. Incontrare il volto dell’altro è un’esperienza trascendentale. Percepire la divulgazione dell’altro (vale a dire del volto) significa superare la nostra percezione. Il volto disfa la forma ed eccede sempre oltre l’idea che noi ne facciamo.

Il volto non indica semplicemente la presenza dell’altro, ma esprime la modalità secondo la quale tale presenza si dispone. Il volto rappresenta un certo modo di essere presente dell’altro e come altro. Altro si presenta come un infinito di modi possibili velati per me. Per questo ciò che nel volto si fa presente è l’Infinito. L’infinito si manifesta nel volto e il volto rivela l’infinito. Questa relazione con l’infinito non è un rinvenimento teorico, né un’ipotesi che rende possibile la descrizione di presupposti di possibilità; è una contiguità che relaziona con l’infinito.

La limitazione umana è quella di spiegare il mondo da ciò che già c’è chiaro. L’umanizzazione, in altre parole servirsi di sé per spiegare tutto il mondo, non è poi un male così grande. Di conseguenza, per conoscere Dio occorre iniziare a comprendere il nostro simile. Nel volto s’incontra una componente materiale che costituisce la porta verso il trascendente. Il volto non è un luogo senza contenuto e senza senso, bensì il luogo stesso dell’annuncio della trascendenza.

Dio si manifesta nella simmetria: Dio aperto – uomo aperto. Il Dio rivelatore da una parte, l’umano dall’altra, che è capace di essere raggiunto dalla rivelazione, in quanto esso è, per la sua costituzione, aperto all’evento, alla storia. Egualmente il volto si manifesta nella simmetria. La relazione fra i volti è correlazione fra due trascendenze, che formano il Regno, realtà spirituale formatasi nella dialettica dell’amore, perciò conseguentemente appellante al consenso. Tale dialettica è una relazione di duplice movimento (correlazione simmetrica) di libertà che si dona. La realtà del Regno è possibile solo nell’associazione con gli altri membri del corpo di Cristo. Il volto si evidenzia solo nell’avvicinamento; non sintesi, simbiosi, ma associazione. Il Regno abita nei cuori umani che ne prendono parte e relazionano fra di loro. Ogni volto che è corrispondente del divino nella carne, ha il suo posto nel corpo del Regno. La presenza dell’immagine divina nell’uomo, vale a dire, l’essenza divina nell’uomo provoca la nostalgia per il Regno. Il richiamo all’essenzialità converte l’uomo dalla dispersività della casualità esistenziale alla speranza fiduciosa nell’avvento del Regno, cui testimone fedele è il volto altrui – passaggio verso la trascendenza. Dunque, scopriamo la necessità del volto per comprendere sé stessi, l’altro e altresì Dio.

2. Presenza (manifestazione) del volto – La buona, gradita e perfetta volontà.

La metafisica è il rapporto con Dio; l’etica – il rapporto con il prossimo, il rispetto del volto altrui. La stessa idea del Regno ammette uno spessore etico alla presenza del volto altrui. Entrare in rapporto con Dio tramite il volto dell’altro vuol dire etica. Così l’etica diviene il luogo della metafisica e la metafisica si realizza al livello dell’etica. L’etica è legata all’attività produttiva (non passiva), quindi è dinamica e coinvolge l’essere. In tal modo il volto è una presenza viva, che si manifesta nell’etica.

La persona non è sempre presente a sé nella sua interezza perché vive anche con e negli altri. Nell’elaborazione della persona, l’io è pienamente in sé quando nella costituzione del sé sa riconoscere il volto dell’altro, partecipando così intimamente al benessere ed alla vita di un altro. Questo non è annientamento dell’essere ma sollecitudine senza limiti, cioè un atto di autentica morale. “Nella struttura della relazione etica l’io non si perde ma, piuttosto, si scopre fedele a sé stesso.” Questa norma d’esistenza non dissolve le possibilità dell’essere. In questa direzione, la trascendenza del volto non si corrode e non si esaurisce mai di presentarsi come un’entità infinita. L’io si trova inserito nella relazione ed è destinato alla partecipazione. L’immediata unità dell’essere nel mondo dei fenomeni amici (i volti degli altri) porta con sé la beatitudine del ricongiungersi al mondo armonioso del Regno. L’uomo è completo come uomo solo se è in relazione con i suoi simili. Con il rifiuto dell’ospitalità, l’uomo rinnega la sua stessa elezione originaria per l’altro (con cui collaborazione darebbe forma all’immagine di Dio). Frantumato il vincolo creaturale diventa alienato dall’altro lasciando da parte il privilegio dell’essere per gli altri. Essere per gli altri è l’esatto opposto del possesso, cui il volto si sottrae. La relazione con il volto n’esclude impossessamento che sarebbe disonorare il mistero del volto altrui. L’etica del volto implica l’interrogarsi a vicenda e attuare un progetto comune, vale a dire comunic-azione e azione.

In conclusione, l’essenza dell’essere è l’immagine di Dio; il “volto” è il modo della sua manifestazione. Volto vuol dire il luogo di convergenza tra il divino e l’umano: è la modalità di Dio di rendersi fenomenico. Il volto che è dinamico e non si può fotografare, rappresenta la trascendenza dell’uomo poiché il volto trasfigurato di Gesù appartiene all’umanità intera in quanto rivelazione del divino nella carne. Il Regno è il progetto comune realizzatosi con il riferirsi uno all’altro e si situa nei cuori delle persone. Il volto è pure il luogo della scelta etica: luogo di manifestazione del bene o del male. Anche se vi è un’ambiguità del volto, il volto umano è la raffigurazione dell’immagine divina, in virtù della filiazione e della redenzione. Il Regno è vicino a quelli che si lasciano interpellare dalla sua espressione che è la trasfigurazione (rinnovamento) con cui ogni uomo, secondo il volto di Dio, permette che sia rappresentata in sé la propria essenza (origine o appartenenza) divina e destinazione escatologica.


Ricoeur, Paul, Sé come un altro, Jaka Book, Milano, 2005, p. 452.

Fizzotti, Eugenio, Verso una psicologia della religione, 1 vol., Problemi e protagonisti, Editrice Elle Di Ci, Torino, 1996, p. 207.

Labate, Sergio, La sapieza dell’amore, In dialogo con Emmanuel Levinas, Cittadella Editrice Assisi, 2000, p. 241.

The visage: essence, transcendence and presence

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The visage: essence, transcendence and presence

Romans 12: 2 (NIV) 

© 2007 Liviu Anastase

 

 

  1. The essential nature of the visage

 

  1.  
    1. Guarding the essence of the visage – Do not conform any longer to the pattern of this world…

 

The true essence of the human being is in its visage. The visage is ambiguous profile of a supreme presence: the human is pervaded by the divine presence. Surely, the visage is a bivalent reality: it is a mark of humanity and sign of human identity; moreover it is also sign of its divine origin. The coordinates of the spirit are seen if observing the status of the visage. The visage is the external sign of the inner and intimate reality of the person: his divine essence. The essence expressed in the visage is the simultaneous expression of the absolute subordination and its absolute freedom, its origin and its essence. It is something that God donates but that also the man possesses; it is the union of the divine with the human; it is the incarnation of the Creator into His Creation, the archetype of the man whom the Creation promotes. The visage of the other is the genuine affirmation of the very own essence.

The human relations are the human resemblance of the divine essence. The divine essence, that all mankind owns, guarantees in the visage the encounter space with the other. The essence of God materialized in the visage of the man is according to the image of God, the visage that God has destined the man to live with. The man is not the absolute; he is only a reflection of it. Every man is depositary of the absolute original splendor of the image of God. This visage can be protected only in the contemplation of the divine visage made flesh. The reduction of Christ to the human state in order to realize the redemption, gives the opportunity of restoration and development of the visage towards the state of pure divine essence. Do not conform any longer to the pattern of this world means therefore to safeguard the essence of the visage given at the Creation and to promote its nobilitation.

 

 

  1.  
    1. Transformation (essentialisation) of the visage – But be transformed by the renewing of your mind…

 

The essence expressed in the visage is not static: it is a value to conserve but also to develop. The dynamism of the visage needs to be increased, needs a constant renewal, it is not an ossification process. The transformation of the visage according to the image of Christ evidences the possibility of getting for himself the image of God that become effective by the work of Christ, that works in you to will and to act (Philippians 2: 13 NIV). He is the image of the Father; He is the Son of God and the Son of man. Who saw the Son has seen also the Father. Christ is the essence of the humanity and is also the essence of the divinity revealed to the humanity. Christ is the visage of the transcendence made manifest in the immanence of the human visage. Christ is the infinite person who becomes finite in order to discover the appearance of the visage of His Father. Christ is the mystery of the divinity that first has been disguised by the snake and then rendered evident to the cross. Christ takes on Him the image of the sin making Himself sin for us in order to grant redemption from the mortality of the sin. He destroys with the cross the visage of the sin in order to reconquer His true image before the whole Universe. Christ gives to all humanity the possibility to resume the visage had before the sin in order to return to the original essentialisation. Christ represents with His humanity the universal man who is image of God; Christ represents the humanity all at the same time and every individual; that is reflected in every visage with its characteristic beauty. Every visage does not exist in virtue of another but has its own teleology; however it is related to the universal man, to the image of God incarnated in Christ. Adam is the prototype of the fallen human race; Christ – of the winning one. We are we called to the victory in Christ. To Christ the vision does not lack and is able to recognize the virtues in the believers. Christ, the second Adam, sees in us the heroes who can obtain victory with the transformation of our image according to the divine likeness.

 

 

B. Relational nature of the visage

 

1.              Transcendence of the visage – Then you will be able to test and approve what God’s will is…

 

There are various kinds of relationship that come along when exposing himself to a relation with the world. The relationship with an object is different from one with another person. God does not let us to confine Him within our mind or categories. The man cannot see God, but he can perceive Him. The sense of mystery appears when the man is in front of God: this is a relationship with the transcendence. The limit of our perception make of God the great absent (if He should be truly absent we would not be able to perceive even this absence) because He is too much for us. Perhaps this absence drifts from an excessive presence: we perceive the absence because He is too present. There is another way of understanding this absence: if God did not manifest Himself through the absence, and if He were present to our perception He would be in our hands. God does not permit being perceived like an object.

What we have said about God has to do with the mystery, with the enigma. The phenomenon is the event that evidences by the sensible impressions. The phenomenon is another type of description of the reality. The visage has a sensible form; it is the essence of the sensibility. This sensibility of the visage allows the subsistence of the relation. The man is between the phenomenal reality (sensible) and the transcendental one (spiritual). The man can perceive the presence of the visage of another, like a phenomenon and manifestation of the transcendence. This visage is not measurable neither graspable since the essence of men is transcendental. The visage refuses to be content, possessed, explained. To represent something means to assimilate or include it for himself, therefore to deny the alterity. The visage is the vehicle for knowing God; it is through it that we perceive the fact of being perceived. Observing the visage of the other, which is in the image of God, we can know God for experience. The visage joins God and man. Carrying out a relation with the human visage, we have relation with God Himself. The visage is a metaphysical experience when the man finds himself beyond his own limits, as a result of meeting the other people’s visage. The human existence is not authentic if it is not seen in terms of auto transcendence. The transcendence is defined not singly from the presence of I but also from the presence of the other. The transcendence is discovered through the signs: the other is a sign of the transcendence. The alterity is material, but I meets the absolutely other, the place of encounter with the metaphysics. God operates concretely through the instruments of the historical reality, using the persons who live on the earth. He does not suspend the laws of nature in order to become part or coerce the human reality. God manifests His presence through the other’s visage. Meeting the visage of the other is a transcendental experience. To perceive the expression of the visage means to exceed our perception. The visage unravels the form and always exceeds beyond the idea that we make of.

The visage does not indicate simply the presence of the other, but it expresses the modality in accordance to which such presence is arranged. The visage represents in a certain way to be in attendance of other and as other. Other is introduced to me like infinity of veiled possible ways. The infinity manifests in the visage and the visage reveals the infinity. This relation with the infinity is not a theoretical recuperation, neither a presupposed hypothesis that renders the description possible. The human limitation explains the world beginning with that fact that is already clear. Therefore the humanization, used to explain the world, is not evil, after all. Consequently, in order to be acquainted with God it is necessary to begin to comprise our similar one. In the material visage we meet and recognize something that constitutes the door towards the transcendence. The visage is not a limited place without a sense, but the exceptionally place of the announcement of the transcendence.

God manifests Himself in the symmetry: on one side the Revelator, on the other side the human, which is able of being caught up by this revelation. Evenly, the visage manifests in the symmetry. The relation between the visages is the correlation between two transcendences, which forms the Kingdom, a spiritual reality of a dialectic love. Such symmetrical correlation is a relation of twofold movement of liberty that is donated. The truth of the Kingdom is possible only in the association with the other members of the body of Christ. The visage is evidenced just in the approach; not synthesis, symbiosis, but association. The Kingdom lives in the human hearts that take part of. Every visage that is correspondent of the divine one has its place in the Kingdom. The presence of the divine image in the man, the divine essence in the man, induces longing for the Kingdom. The Kingdom calls forth the essentiality that converts the man from the dispersiveness of the existential casualism to the trusting hope in the advent of the Kingdom, which is faithful witnessed in the people’s visage – passage towards the transcendence. Therefore, discovering the necessity of the visage in order to comprehend oneself, the other and also God, is essential for understanding the transcendental nature of the visage.

 

 

2.              The presence (manifestation) of the visage – His good, pleasing and perfect will.

 

The metaphysics is the relationship with God; ethics – the relationship with the related one, the respect of the other people’s visage. The idea of the Kingdom admits an ethical width, talking about the presence of the visage. Entering in relationship with God through the visage of the other, that’s ethics. Therefore ethics becomes the place of the metaphysics and the metaphysics comes true at the level of ethics. Ethics is correlated to the productive activity (not passive); therefore it is dynamic and involves the human being. In such a way the visage is an active presence that evidences itself in ethics. The man is not always present to himself in his completeness because he lives with and in others. In the elaboration of the person, I is totally in himself when, in the constitution of himself, knows to recognize the visage of the other, participating therefore intimately to the well-being and the life of another. This is not annihilation of the being but promptness without limits, that is an action of authentic moral. In the structure of the ethical relation, I does not get lost but, rather, discovers being faithfully to himself. This norm of existence does not dissolve the possibilities of the being. In this direction, the transcendence of the visage is not corroded and never gets exausted to introduce itself as an infinite entity. I is found inserted in the relation and it is destined to the participation. The immediate unity of the being in the world of the friends – phenomena (the visages of the others) bring along with itself the beatitude of rejoining with the harmonious world of the Kingdom. The man is complete as he is in relation with his similar ones. With the refusal of the hospitality, the man rinegate his own original election for the other (with whom collaboration he would give life to the image of God). Crushed the creational bond, he becomes alienated from the other, leaving apart the privilege of being for others. To be for the others is exact the opposite of the possession to which the visage escapes. The relation with the visage excludes the possession that would imply to dishonor the mystery of the visage. The ethics of the visage involves first of all the reciprocal interrogation and second, puts into effect a common plan; thus is made possible both the communication and the action, the two condition for the communion.

In conclusion, the essence of the human being is the image of God; the “visage” is the way of its manifestation. Visage means the place of junction between divine and the human: it is the modality of God to become alike a phenomenon. The visage that is dynamic, represents the transcendence of the man since the transfigured visage of Jesus belongs to the entire humanity inasmuch revelation of the divine in the flesh. The Kingdom is the common plan that realizes reliability one to the other and it is situated in the hearts of the persons. The visage is also the place of the ethic choice: place of manifestation of good or evil. Even if there is an ambiguity of the visage, the human visage is representing the divine image, in virtue of the filiation and the redemption. The Kingdom is close to those who consent being questioned by its expression that is the renewal through which every man, according to the visage of God, allows the own divine essence and eschatological destination be represented in himself.