Prossimità, dono, volto (presentazione libro “Il Regno dei volti”

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Presentazione del libro “Il Regno dei volti”
di Liviu Anastase

L’uomo è stato creato ad immagine di Dio non solo riguardo a Dio e alla sua essenza, ma anche in relazione con l’altro, con cui configura tale immagine. Considerata l’«immagine» di Dio nel suo momento di partenza (origine) e d’arrivo (vocazione) si lascia spazio ora ad un’antropologia relazionale del volto che integra questa visione iniziale con un successivo conferimento, quello del volto relazionale. E questo appunto perché il concetto “uomo” sostanzialmente gioca entro questi due paradigmi: l’essenza e la relazione.
Espressione della categoria relazionale dell’immagine, il volto è promotore e motivo di rinnovamento. Il volto non si può manifestare nell’egemonia dell’altro. Il volto non subisce l’altro, ma non sussiste nemmeno lui come sovrano dell’altro. La pluralità dei volti cede spazio solo per l’autorità comune sul creato perché è il Regno degli uguali, che lascia libera l’espressione delle parti in relazione al tutto. Ospitare vuol dire costruire un tempo-spazio dove l’altro, colui che è ospitato, si può mostrare nella sua identità. Colui che ospita cerca il dialogo con l’ospite senza attenuare la sua presenza, la sua identità.
L’antropologia relazionale va considerata nei due aspetti: «intrapersonale» e «interpersonale». La relazione dialogica con l’altro volto deve essere resa possibile nell’equilibrio fra il senso di incompletezza parziale (apertura all’altro) e la necessità di non sopprimersi davanti all’altro (affermazione di sé). L’ermeneutica del volto si muove nell’ambito dell’antropologia relazionale, consacrando al termine «volto» la valenza relazionale che gli è dovuta. Considerando il volto si possono delineare una natura essenziale ed una relazionale.
La natura essenziale del volto si riferisce alla struttura umana e a ciò che caratterizza l’uomo nella sua origine e nella sua destinazione escatologica. L’essenzialità del volto comprende la tutela dell’essenza del volto e la sua trasformazione. Il dovere del credente è di custodire il volto essenziale primordiale che Dio gli ha elargito alla creazione. Il volto è la forma misteriosa di una suprema presenza e il segno esterno di una realtà interna. L’essenza espressa nel volto è la manifestazione simultanea dell’assoluta subordinazione (per causa della sua incompletezza strutturale senza l’altro) e della sua assoluta libertà (perché fatto alla somiglianza di Dio, cioè come agente libero).
L’incompletezza parziale del volto fa in modo che esso non basti a se stesso. Il volto si costruisce nella relazione. Il volto relazionale bisogna che si cristallizzi intorno all’altro volto. Il volto è fatto da Dio, ma non tanto per Dio. Il volto si dà alla presenza dell’altro volto. L’immagine di Dio, sia come origine che come vocazione, è, in effetti, un concetto molto autoreferenziale. Perciò, il volto viene a completare l’immagine di Dio perché è una rappresentazione definitasi rispetto all’altro volto. L’«immagine» è vista così nella sua accezione più unitaria: l’immagine interna (essenza) ed esterna (volto).
In vista della relazione con il volto, l’uomo è chiamato alla tutela (sincronia) di ciò che è buono in lui e alla trasformazione (diacronia) di ciò che non lo è. Si parla dunque di una crescita e di una trasfigurazione del volto. Lo strutturarsi in una forma più armonica si realizza con il superamento dell’ego, un cambiamento che scaturisce quando si entra in contatto con la parte più essenziale di noi. La personalità è il nostro essere nel mondo. Il volto è l’adattare la sua essenza in modo da relazionarsi con le altre essenze dei volti simili. Ogni volto é il corrispondente o la storicizzazione dell’essenza divina nella carne perché Dio è l’essenza ed il centro spirituale del volto.
La trasformazione del volto. L’essenza espressa nel volto non è statica: è un valore da conservare, ma anche da sviluppare o addirittura da cambiare. Il dinamismo del volto significa crescita, rinnovamento costante e nobilitazione del volto. Cristo è l’essenza dell’umanità ed è pure l’essenza della divinità svelatasi all’umanità. Cristo è il volto della trascendenza fattasi manifesta nell’immanenza del volto umano. Cristo è la persona infinita che si rende finita per scoprire la magnificenza del volto del suo Padre. Cristo compare come fattore d’unità solidale fra la natura umana e quella divina.
La natura relazionale del volto implica trascendenza e storicità. Ciò che trascende è il mistero del volto. Il volto trova un paradigma in Dio stesso (Ro 12: 2): come Dio ha la sua «perfetta volontà» e unicità che non può essere piegata da altri, così ogni uomo ha una sua trascendenza. Il volto esprime da un lato la sua affermazione di sé, che è una volontà non relazionale. Dall’altro lato, la sua «perfetta volontà» è anche «buona » e «gradita», una volontà non più per se stessa, ma anche per l’altro, dunque una volontà relazionale. La trascendenza è considerata qui non solo nell’accezione di chiusura (essenza fissa o trascendente) o di inafferrabilità del volto ma anche nella sua risposta interattiva ed attrattiva (estetica). Il volto diviene non solo il luogo della scelta etica e quindi del miglioramento, ma anche della letizia estetica del rapporto con l’altro volto.
Così la natura relazionale del volto si riferisce anche alla storicità, oppure alla presenza del volto. Si tratta sostanzialmente della manifestazione dei principi morali divini nel mondo delle relazioni fra i fenomeni amici, ma in un modo estetico. Questa implica la fratellanza e ciò che attira e dà bellezza in una relazione.
Il volto è esperienza metafisica solamente quando l’uomo si trova di là di se stesso, vale a dire quando incontra il volto altrui. Il reale storico è definito non solo dalla presenza dell’io ma anche dalla presenza dell’altro volto. Il trascendente si accoglie attraverso dei segni: il volto è un segno della trascendenza espresso nella storia. L’alterità è concreta, l’io incontra l’assolutamente altro, che diviene il luogo d’incontro con la metafisica. Certamente, il volto ha una forma sensibile; il suo principio appartiene al mondo empirico. Questa sensibilità del volto permette l’esserci della relazione. Tuttavia, l’uomo si trova fra la realtà fenomenica (materiale) e quella trascendente (spirituale). Quindi, anche il volto, come parte costituente dell’essenza umana, ha una doppia dimensione: una trascendente e una storica. L’uomo può percepire la presenza del volto altrui quale fenomeno storico, oppure quale manifestazione del trascendente. Da qui risulta la coesistenza di due costituzioni che misteriosamente dispongono della facoltà di coincidere: l’uomo ha una fondazione divina, ma è di natura umana.
L’essenza strutturale dell’uomo si trasforma secondo l’immagine di Dio, il volto dialogico cresce assistito dalla grazia di Cristo. Se la nostra relazione con l’altro non fosse basata e misurata con la misura di Dio, essa si logorerebbe. La relazionalità del volto va garantita dalla fedeltà alla sua struttura. La relazione con Dio non ha il ruolo di stornare dal mondo, perché la nostra «origine» ci stabilisce come aperti al mondo e la nostra «vocazione» non è autoreferenziale, ma preparazione e trasformazione per trovare l’altro. Il volto non è la maschera per proteggere il sé, ma ciò che ci porta all’altro. Dio è il garante e il mediatore del modo giusto di porsi nei confronti del mondo: non assorbiti dal mondo, ma nemmeno non volti ad inghiottire per sé il mondo. Il richiamo necessario a «non conformarsi al mondo» (Ro 12: 2) deve essere visto nell’ottica di questo giusto rapporto.
Il volto non indica semplicemente la presenza dell’altro, ma esprime anche la modalità secondo cui tale presenza si dispone. Il volto rappresenta un certo modo di essere presente dell’altro. Altro si presenta come un infinito di modi possibili velati per me. Per questo ciò che nel volto si fa presente è l’infinito. Il volto si rifiuta di essere contenuto, posseduto o spiegato per la sua stessa essenza trascendentale. Prima di tutto, l’umanità del volto è di ascendenza divina, ma poi è relazionale e storica. Il volto è appartenenza ed affermazione di questa appartenenza, ma è anche contestazione della egemonia dell’io. La relazione con il volto esige la coesione. L’espansività verso l’altro volto delinea meglio i lineamenti del proprio. L’appartenenza riempie di senso la propria identità e fa sì che il Regno si costituisca in armonia e pace. Questa comunione contiene l’incontro con il volto ed è il sacrificio dell’io.
Nel sacrificio del volto non si ha una frammentazione dell’io, ma una ricomposizione olistica in funzione dell’altro da me. Per permettere che il volto sia in dialogo con il sé, l’io si ritira e lascia uno spazio dialogico per la manifestazione del volto. Il volto è l’essere predisposto nell’economia del sacrificio di sé, ma istituito in ogni caso come vittoria della propria vita. È una vittoria della propria vita sulla propria morte. È una morte di sé che promuove una vita nobile e superiore come qualità. Questo è un sacrificio che combatte i totalitarismi dell’io. Non si tratta di una tendenza all’autodistruzione, ma è l’amore per la vita, che va vissuta come unicità legata alla diversità dell’essenza, ma anche come compatibilità dialogica fra i volti. È la rivincita sul totalitarismo dell’io, che reintegra l’identità nella totalità, che riconosce la pienezza essenziale dell’io solo in relazione con l’altro volto.

Discussione sull’articolo di Luigi Di Bianco: “Il Cardinale Carlo M. Martini risponde sul grande mistero del male”

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Caro Luigi

Ho letto con interesse il tuo ultimo articolo. [Grazie per avermi citato!]

L’insegnamento della religione nelle scuole (secondo me) non dovrebbe esserci, perché ruba spesso anche l’ultima chance ai bambini di amare Dio e la Chiesa. Il luogo per imparare questi insegnamenti non è la scuola ma la famiglia – in piccola età – e poi la chiesa (catechesi). Il tuo concepire Dio come despota non ti aiuta molto. Infatti, non c’è molto da fare, perché il limite fra credere e non credere è molto sottile, direi molto soggettivo (nel senso che è individualizzato). L’altra volta ti ho detto che il punto è questo: credere o non credere. Vorrei andare avanti con questo ragionamento dicendoti che il credere o non credere è determinato semplicemente dalla tua esperienza. Se una persona non ha vissuto l’esperienza con Dio, gli è facile trovare delle irregolarità o contraddizioni nella sua interpretazione della Bibbia e del Dio della Bibbia. Come per esempio questa tua ricezione di un Dio che ama vedere il sacrificio degli innocenti (animali o Cristo) che veramente sarebbe una cosa abominevole (se fosse vera). Invece, uno che ha esperienza di Dio, e sa che Dio non è così, ti può confermare in base alla sua percezione, che Dio è invece uno che preferisce (pur di salvare l’uomo) piuttosto immolare sé stesso che punire (giustamente) l’essere che non ubbidisce alla legge morale (che pure ogni uomo di buon senso ha nel suo profondo). Questo Dio è proprio l’opposto del Dio della tua teoria: non è un Dio che ama vedere il sangue altrui, ma che vuole salvare dando il suo sangue. Il sacrificio non è per soddisfare la sua sete di violenza, ma proprio per salvare l’uomo dalla violenza e dalla morte eterna. Cristo si sacrifica, sconfigge il male, il male è annientato per l’eternità, dunque niente più morte, niente più violenza. Purtroppo questo è il solo modo che esiste per farlo.

Ora, sapendo dall’inizio che la disubbidienza avrebbe portato l’umanità alla morte perché Dio non l’ha impedito in un certo qual modo? Prima di tutto il male c’era già perché Lucifero in cielo voleva spodestare Dio. Allora perché non l’ha eliminato prima di diffondere il suo veleno? Se Dio lo faceva significava che Dio temeva Satana e che in fondo in fondo forse questi aveva ragione. Sicuramente si sarebbe trovato un altro (o peggio, molti altri) a prendere il posto di Satana e continuare di combattere Dio e le sue verità “incontestabile”.

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Caro Liviu,

Grazie per le tue riflessioni.

Dici giustamente che credere e non credere è determinato semplicemente dall’esperienza. Quindi concordi con me che non abbiamo libertà di credere o non credere.

Per quanto riguarda “… tua ricezione di un Dio che ama vedere il sacrificio”:

io non credo in un Dio che ama i sacrifici. Il mio non è un Dio Persona. Dico solo che il Dio della Bibbia ama i sacrifici. Dal mio articolo: Nella Bibbia, nel Levitico, 1-7, sono descritti in dettaglio i vari tipi di sacrifici, le modalità rituali e persino le tariffe sacerdotali. Il Signore gradisce molto i sacrifici e in modo particolare il profumo della carne cotta: la frase “ … sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore ” è ripetuta ben sei volta nel Levitico, 1-3.

Forse mi dirai che questo è solo un linguaggio simbolico …

Più avanti dici:
“Dio è invece uno che preferisce (pur di salvare l’uomo) piuttosto immolare sé stesso che punire (giustamente) l’essere che non ubbidisce alla legge morale”

Mi dispiace, ma questa idea di Dio è, per me, assolutamente inadeguata. E’ un Dio che agisce con le passioni e la psicologia umana e non è perfetto. Perché non è perfetto?

In base a quanto tu dici Dio agisce per raggiungere uno scopo, un obiettivo finale: la salvezza dell’uomo. Ma avere un obiettivo significa tendere al raggiungimento di qualcosa che non si ha.

Ora, per definizione, un Ente è perfetto quando non manca di niente, ne consegue che il tuo Dio-Padre, sarà pure amorevole, ma non è perfetto.

Il Dio in cui io credo è invece assolutamente perfetto, onnisciente e onnipotente.

Ancora più avanti scrivi:

“Cristo si sacrifica, sconfigge il male, il male è annientato per l’eternità, dunque niente più morte, niente più violenza.”

Purtroppo non mi sono accorto che il male è stato sconfitto 2000 anni fa. Il male sulla terra c’era prima di Cristo e continua ad esserci dopo Cristo … anzi ! Proprio in nome di Cristo sono stati perpetrati atti di violenza impensabili.

Poi scrivi:

“ho l’impressione che questa appacificata rassegnazione non porti a qualcuno una vita serena e tanto meno felice.”

In questo caso, non hai capito il contesto dell’espressione ‘appacificata rassegnazione’. Nella mia prospettiva, l’appacificata rassegnazione (o accettazione) è solo la risposta alla sofferenza e al dolore.

Non è la regola di vita. La mia idea di serenità e felicità deriva dalla percezione dell’unitarietà della Natura e dal sapere che niente accade al mondo che non sia il volere di Dio. Almeno per me, questa percezione mi fa sentire in pace con me stesso, con gli altri e con tutto l’Universo. E’ questa la felicità? Dipende da cosa s’intende per felicità. Riprendo la mia definizione di felicità dal mio primo articolo su Positanonews: “ La felicità è una condizione di gioiosa serenità, di contentezza tranquilla ma pervasiva, che nasce da una condizione mentale di armoniosa unione del mio ‘io’ con me stesso, con gli altri, con la natura, con il Tutto. ” Se questa è la felicità, sì, allora io sono felice.

Dio e l’origine del male – risposta (parte II)

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La visione antropocentrica della realtà (antropocentrismo che definirei come un teocentrismo ‘applicato in terra’ poiché l’uomo è immagine di Dio) è, secondo me e soprattutto secondo la Bibbia, giustificabile inizialmente solo riguardo alla realtà terrena, in quanto l’uomo è creato come centro del suo universo. Con l’incarnazione del Figlio di Dio e la sua assunzione alla destra del Padre (con il suo corpo umano spiritualizzato) l’uomo non è unicamente centro dell’universo proprio ma diventa addirittura centro dell’Universo di Dio.

La questione della teodicea non è un problema semplice da spiegare per la nostra mente limitata da una visione unilaterale. Eppure possiamo dire che il male è arrivato nel mondo non come opera di Dio, ma come opera del maligno che è una creatura (non un dio cattivo contrapposto al Dio buono). L’uomo è stato ingannato dall’astuzia di Satana e ora tutto il male nel mondo ha origine NON in Dio, che è solo amore, ma in Satana, che inizialmente era in una posizione importante fra gli angeli di Dio, ma che poi, a causa della sua corruzione (desiderava occupare il posto di Dio) è stato espulso dalla presenza di Dio.

Ora, se Dio, attraverso suo Figlio ha ottenuto la vittoria sul male e il maligno, come mai c’è ancora il male nel mondo? La Sua vittoria è difettosa? Con la croce Gesù Cristo ha schiacciato la testa del serpente come profetizzato in Genesi. La vittoria è stata completa, però Lui non è tornato ancora a prendersi il suo regno. Il suo regno è uno di pace e di giustizia che NON è ancora attuato sulla terra. Il principe di questa terra (cioè Satana) e il suo operato non è stato ancora annientato. Il regno di Dio verrà con la distruzione della terra contaminata dal peccato e l’instaurazione di una nuova creazione, ripristinata, come agli inizi l’Eden. Fino allora il male ci sarà nel nostro mondo … e anche in abbondanza soprattutto nei tempi ultimi. C’è da aggiungere questo: anche se il male regna ancora nel mondo, sono molti i mali che Dio impedisce. Con la sua malvagità, Satana avrebbe ormai distrutto il nostro pianeta. Lo stesso libro di Giobbe e anche l’Apocalisse (7: 1-3) svela come Satana non può fare veramente tutto ciò che gli passa per la testa.

Il mito della giustizia retributiva su questa terra è smontato dal libro di Giobbe. Nel caso di Giobbe la sua sofferenza è una prova ma attenzione, non è un male mandato da Dio ma da Satana (con il permesso di Dio) che trasforma il male in una prova. Anche i Salmi rivelano che molti innocenti soffrono e molti malvagi prosperano (per ora). Questa non è una retribuzione giusta ma il risultato di un mondo imperfetto, una conseguenza della presenza del peccato qua giù. Dio punirà il peccato solo alla fine. È ovvio, quando un uomo malvagio oltrepassa un certo limite, gli può arrivare addosso il giudizio di Dio in modo anticipato. È altrettanto vero tuttavia che Dio è il grande Artista che usa il male prodotto da Satana per impartire lezioni ai suoi amati. Non vuol dire che Satana è il suo alleato ma semplicemente che un male può diventare nelle mani di Dio uno strumento di salvezza per correggere, fortificare la fede, o intensificare il bisogno di Dio che altrimenti non sarebbe avvertito. Le altre sciagure sono mali non necessari né per punire, né per qualche scopo pedagogico. Sono semplicemente ‘fuoriuscite’ di una natura che è in attesa di essere redenta insieme all’uomo (Romani 8: 19-23) oppure sono le opere di Satana che influisce sui meccanismi della natura e degli ingegni umani per fare del male.

Abramo è un caso speciale nella Bibbia. Infatti, è unico. Abramo è il simbolo di Dio che dovrà lasciar uccidere suo Figlio per la salvezza dell’uomo. Nella sua provvidenza, Dio ha scelto un uomo giusto che doveva annunciare il grande piano di salvezza nel mondo pagano e quello dell’avvenire. Dio lo mette alla prova (pur sapendo che l’esito sarà positivo), per annunciare attraverso lui e il suo figlio la salvezza all’umanità. Una prova tremenda, ma questo sacrificio di Isacco era il tipo del sacrificio di Cristo (antitipo). E non era uno scherzo, anzi era la cosa più seria per l’umanità.

Se si ama Dio, abbiamo fede in Lui. Se abbiamo fede in Lui potremmo aspettare con fiducia la redenzione escatologica di Gesù Cristo. Il molteplice e il divenire che sono i nostri attributi si uniranno con l’Uno, l’Unico, il Semplice, che comprende in Sé tutte le cose, permeandole con il suo grande Amore. Nondimeno possiamo fare questo sin da adesso, qualora lasciassimo Cristo vivere in noi. Il nostro essere diventa semplice (con un solo centro in Cristo) senza duplicità o ipocrisia, in unità con il Datore della vita, dell’amore e della pace.

Commento all’articolo “DIO e l´origine del MALE” di Luigi Di Bianco (parte I)

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La visione antropocentrica della realtà (antropocentrismo che definirei come un teocentrismo ‘applicato in terra’ poiché l’uomo è immagine di Dio) è, secondo me e soprattutto secondo la Bibbia, giustificabile inizialmente solo riguardo alla realtà terrena, in quanto l’uomo è creato come centro del suo universo. Con l’incarnazione del Figlio di Dio e la sua assunzione alla destra del Padre (con il suo corpo umano spiritualizzato) l’uomo non è unicamente centro dell’universo proprio ma diventa addirittura centro dell’Universo di Dio.

La questione della teodicea non è un problema semplice da spiegare per la nostra mente limitata da una visione unilaterale. Eppure possiamo dire che il male è arrivato nel mondo non come opera di Dio, ma come opera del maligno che è una creatura (non un dio cattivo contrapposto al Dio buono). L’uomo è stato ingannato dall’astuzia di Satana e ora tutto il male nel mondo ha origine NON in Dio, che è solo amore, ma in Satana, che inizialmente era in una posizione importante fra gli angeli di Dio, ma che poi, a causa della sua corruzione (desiderava occupare il posto di Dio) è stato espulso dalla presenza di Dio.
Ora, se Dio, attraverso suo Figlio ha ottenuto la vittoria sul male e il maligno, come mai c’è ancora il male nel mondo? La Sua vittoria è difettosa? Con la croce Gesù Cristo ha schiacciato la testa del serpente come profetizzato in Genesi. La vittoria è stata completa, però Lui non è tornato ancora a prendersi il suo regno. Il suo regno è uno di pace e di giustizia che NON è ancora attuato sulla terra. Il principe di questa terra (cioè Satana) e il suo operato non è stato ancora annientato. Il regno di Dio verrà con la distruzione della terra contaminata dal peccato e l’instaurazione di una nuova creazione, ripristinata, come agli inizi l’Eden. Fino allora il male ci sarà nel nostro mondo … e anche in abbondanza soprattutto nei tempi ultimi. C’è da aggiungere questo: anche se il male regna ancora nel mondo, sono molti i mali che Dio impedisce. Con la sua malvagità, Satana avrebbe ormai distrutto il nostro pianeta. Lo stesso libro di Giobbe e anche l’Apocalisse (7: 1-3) svela come Satana non può fare veramente tutto ciò che gli passa per la testa.

Il mito della giustizia retributiva su questa terra è smontato dal libro di Giobbe. Nel caso di Giobbe la sua sofferenza è una prova ma attenzione, non è un male mandato da Dio ma da Satana (con il permesso di Dio) che trasforma il male in una prova. Anche i Salmi rivelano che molti innocenti soffrono e molti malvagi prosperano (per ora). Questa non è una retribuzione giusta ma il risultato di un mondo imperfetto, una conseguenza della presenza del peccato qua giù. Dio punirà il peccato solo alla fine. È ovvio, quando un uomo malvagio oltrepassa un certo limite, gli può arrivare addosso il giudizio di Dio in modo anticipato. È altrettanto vero tuttavia che Dio è il grande Artista che usa il male prodotto da Satana per impartire lezioni ai suoi amati. Non vuol dire che Satana è il suo alleato ma semplicemente che un male può diventare nelle mani di Dio uno strumento di salvezza per correggere, fortificare la fede, o intensificare il bisogno di Dio che altrimenti non sarebbe avvertito. Le altre sciagure sono mali non necessari né per punire, né per qualche scopo pedagogico. Sono semplicemente ‘fuoriuscite’ di una natura che è in attesa di essere redenta insieme all’uomo (Romani 8: 19-23) oppure sono le opere di Satana che influisce sui meccanismi della natura e degli ingegni umani per fare del male.

Abramo è un caso speciale nella Bibbia. Infatti, è unico. Abramo è il simbolo di Dio che dovrà lasciar uccidere suo Figlio per la salvezza dell’uomo. Nella sua provvidenza, Dio ha scelto un uomo giusto che doveva annunciare il grande piano di salvezza nel mondo pagano e quello dell’avvenire. Dio lo mette alla prova (pur sapendo che l’esito sarà positivo), per annunciare attraverso lui e il suo figlio la salvezza all’umanità. Una prova tremenda, ma questo sacrificio di Isacco era il tipo del sacrificio di Cristo (antitipo). E non era uno scherzo, anzi era la cosa più seria per l’umanità.

Se si ama Dio, abbiamo fede in Lui. Se abbiamo fede in Lui potremmo aspettare con fiducia la redenzione escatologica di Gesù Cristo. Il molteplice e il divenire che sono i nostri attributi si uniranno con l’Uno, l’Unico, il Semplice, che comprende in Sé tutte le cose, permeandole con il suo grande Amore. Nondimeno possiamo fare questo sin da adesso, qualora lasciassimo Cristo vivere in noi. Il nostro essere diventa semplice (con un solo centro in Cristo) senza duplicità o ipocrisia, in unità con il Datore della vita, dell’amore e della pace.
Liviu Anastase

Il “libero arbitrio”: dialogo con Luigi Di Bianco

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Sei libero di scegliere il tuo destino? O è tutto predeterminato?

Caro Luigi,
Interessante il tuo articolo!

Ecco la mia opinione leggermente da un’altro punto di vista:
Dici: Il pensiero è un sistema interamente deterministico dove il risultato, come nel mondo fisico, dipende esclusivamente dalle cause precedenti … ma tutto ha un inizio. Da qui l’importanza del processo educazionale e la costruzione di un buon carattere. L’ambiente e le condizioni di vita condizionano il comportamento futuro, ma la capacità decisionale non manca (del tutto). Direi con Leibnitz che l’uomo non è libero del tutto, o è libero in misura in cui le sue scelte (cosciente o no) l’hanno portato ad avere (o meno) una certa libertà. Invece di costruirsi una conoscenza (Cacciari) direi che l’uomo realizza per sé, come detto prima, un carattere. Ogni giorno si aggiorna questa eredità umana (ereditata dai genitori e dalle sue scelte passate) che poi determinerà le scelte venture. Gli animali sono determinati da leggi (istinti) che influiscono anche il comportamento umano. L’uomo ha gli istinti ma ha anche il carattere in quanto essere spirituale. Il giudizio universale ha così un senso. Altrimenti il giudizio sarebbe una grande farsa, e casomai l’oggetto del giudizio potrebbe essere Dio stesso, se l’uomo non può essere libero e responsabile. Cioè sarebbe Dio a giustificarsi davanti all’uomo perché uno è salvato e l’altro è perduto (per eternità fra altro, senza possibilità di rivincita). E tutta la causa è in Dio! Dunque, la predestinazione del grande Agostino sarebbe da rivisitare. Dio ci ha predestinati alla salvezza (Giovanni 3: 16); nessuno è escluso. La sua è solo una prescienza del vissuto umano cioè Dio sa cosa io deciderò in futuro, perché tutto è davanti agli occhi di Dio come se fosse presente ora. Dio è un visionario. Dio è provvido perciò la casualità non esiste. (La causalità invece esiste perché una legge istituitasi con la creazione del mondo). Investe tutto nell’uomo per salvarlo e non è nemico della sua stessa redenzione e il suo stesso sacrificio in croce, predestinando alcuni alla morte spingendo in tal modo l’uomo con tutti i mezzi alla dannazione. Questo è infatti il comportamento del grande nemico satana. Attribuire il carattere satanico a Dio non mi sembra molto elegante e coretto. La dottrina fatalista della predestinazione fa questo sacrilegio!

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Grazie caro Liviu per il tuo commento che ho apprezzato moltissimo.

Capisco perfettamente il tuo punto di vista e credo che il tuo ragionamento sia perfettamente logico nella prospettiva teleologica del Giudizio universale.

Il mio ragionamento invece è libero dal condizionamento di dover giustificare il Giudizio universale perché non credo in questo evento finale.

Tu sostieni che l’uomo ha una qualche libertà di formarsi un certo carattere.

Non sono molto d’accordo.

Il carattere di una persona, secondo me, è determinato dallo stato elettrochimico, in un certo momento, del complesso di miliardi di neuroni e trilioni di sinapsi del suo cervello.

La modifica nel tempo dello stato del cervello di questa persona dipende, in maniera deterministica, solo dalle cause precedenti.

Ti faccio un esempio personale. Da qualche mese ho cominciato a studiare Spinoza e questo senz’altro ha modificato e sta modificando il mio carattere.

Perché ho cominciato a studiare Spinoza? Perché mio figlio tempo addietro mi ha regalato il libro “Come io vedo il mondo” di Einstein dove ho trovato la frase “Credo nel Dio di Spinoza”.

Perché mio figlio mi ha fatto questo regalo? Perché all’università aveva studiato la teoria della relatività ed era rimasto affascinato dalla figura di Einstein.

Come mai ha studiato la teoria della relatività? Perché seguiva la facoltà di fisica.

Perché seguiva la facoltà di fisica? …. Come vedi potrai andare indietro all’infinito fino alla “causa prima”.

Dov’è la mia libertà di formarmi un carattere? Se invece di fisica mio figlio avesse seguito i corsi di filosofia ora forse sarei un seguace di Kant.

Questo è solo un esempio stupido … Ma dov’è la liberta di formarsi un carattere per un povero bambino nato e cresciuto in una favelas brasiliana, alla mercé dell’ignoranza, della violenza, della povertà?
Spero che mi vorrai bene lo stesso anche se non concordiamo su tante cose J

Un abbraccio
Luigi

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Caro Luigi

Il consenso non fa crescere come il dibattito in contradditorio.
In fondo, non è che non riconosco un certo determinismo naturale (oppure la legge causa-effetto). Tu invece mi sembri troppo radicale in questo. La tua lettura di Spinoza la vedo piuttosto come un’occasione (non un obbligo) o un percorso predeterminato di cui tu non possa fare a meno. Tu, nonostante le priorità e i gusti del tuo figlio, potresti ovviamente scegliere un’altra via (quella di leggere Kant) anche se ti manca la predisposizione necessaria che determini in te un tale cambiamento.
Le circostanze non sono che occasioni o suggerimenti, che ci indirizzano verso una metà a un certo punto della nostra vita.

Io, che sono un credente, penso che tutte queste circostanze, sono previste nella provvidenza di Dio, vale a dire, sono semplici occasioni fatte su misura di ciascuno (e per tutti in una rete di eventi) congegnati in modo onnisciente e preparati a posta per la nostra crescita. Sta a noi prendere sul serio queste opportunità. Così, accogliere la provvidenza divina si trova sulla stessa linea con l’esercizio del libero arbitrio (e dunque non è in un rapporto di contraddizione).

Un caro saluto
Liviu

Pensieri in parole di Luigi Di Bianco IL DESTINO DELL’ANIMA ovvero SIAMO IMMORTALI?

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Se vuoi leggere la versione integrale (e più scorrevole dunque non dialogica) collegati al sito: http://www.positanonews.it/index.php?page=dettaglio&sez=Pensieri-in-parole-di-Luigi-Di-Bianco&id=22910

Luigi Di Bianco è così gentile da pubblicare un mio commento ad un suo articolo sull’immortalità dell’anima:

In merito all’articolo “IL DESTINO DELL’ANIMA ovvero SIAMO IMMORTALI” ricevo e pubblico, a piè dello stesso articolo, il commento di Liviu Anastase, laureato in teologia presso l’Istituto Avventista di Cultura Biblica, attualmente dottorando presso la Libera Facoltà Teologica Ortodossa “San Gregorio Magno”. Rifacendosi alla Bibbia, il dott. Anastase nega l’esistenza di un’immortalità personale dopo la morte (dottrina derivante dalla cultura greca). Afferma però che siamo immortali perchè l’immortalità ci sarà donata da Dio dopo la resurrezione. Per leggere il commento andare a:

[18/04/2009] IL DESTINO DELL´ANIMA ovvero SIAMO IMMORTALI?

Gentile Luigi Di Bianco,
Ho apprezzato il Suo articolo sull’immortalità che in linea di massima condivido. La concezione dualistica dell’uomo include l’immortalità della componente spirituale umana ed esclude la globalità e l’indivisibilità della persona secondo il senso che la Bibbia dà dell’essere umano (che non è diverso dagli animali quanto al principio [soffio] vitale che anima sia uno che l’altro – Ecclesiaste 3: 19).
Dio sì, è fuori dal tempo in un eterno presente. Dell’immortalità personale non se ne può parlare che dopo la risurrezione, quando Dio concederà la perennità dell’eterno presente escatologico anche all’uomo redento. Nella dimensione escatologica la temporalità storica è immersa o inclusa dall’eternità. Oppure meglio, è annullata dall’irruzione di Dio nella storia umana dando appunto anche all’uomo la possibilità di vivere dentro la profondità eterna di Dio, dunque in un tempo fuori dal tempo.

Luigi Di Bianco: Perché aspettare la fine dei tempi (dimensione escatologica) perché la temporalità storica possa venire immersa o inclusa (risucchiata) nell’eterno presente?

Liviu Anastase: L’eterno presente è divino e non può essere umano (ancora). Il mio scrivere in questo momento è già immerso nell’eterno presente di Dio. Io, l’essere storico, non vivo l’eterno presente che solo come un’attesa (speranza) quindi solo virtualmente. Lo stabilire della differenza dell’<> lo fa il protagonista. L’uomo subisce il tempo storico, Dio è agente e promotore dell’eternità. Per Dio non c’è attesa (che di natura relazionale dato che attende la salvezza di tutti); per l’uomo sì, c’è attesa, perché non ancora eterno come il suo Dio, che permeerà l’intero creato con la sua presenza e con la sua eternità.

Luigi Di Bianco: Non mi convince poi l’idea di immortalità personale dopo la resurrezione. Se l’anima muore con il corpo dove viene conservata l’identità personale che rivive al momento della resurrezione? Il fisico Frank Tipler, autore della controversa teoria del punto Omega e del libro “Fisica dell’immortalità”, dice che risorgeremo tutti e per sempre. Ma la sua non è una “resurrezione” di natura spirituale, ma di un processo di fisica quantistica, sebbene portato all’esasperazione. Si tratterebbe di un ricongiungimento “quantico” di ogni informazione con ogni altra nella storia dell’universo in un enorme “mega-chip” (il punto Omega) che conterrà quindi l’intero sapere accumulato, ogni conoscenza, ogni storia personale. Quanta immaginazione!

Liviu Anastase: Nell’onnipotenza di Dio l’identità personale di ogni persona è conservata in Dio. È vero che l’immaginazione del fisico Tipler è grande. Però, l’idea della conservazione di ogni storia personale non mi sembra alla fine molto lontana dalla Bibbia laddove parla dei “libri” di memoria degli atti umani buoni o cattivi.

Luigi Di Bianco: L’immaginazione al servizio dell’immortalità risiede nell’enorme egocentrismo della specie umana. Ci sentiamo una specie superiore perché siamo stati indotti a pensarlo dalla religione, che ci ha voluti definire figli prediletti del Creatore. Ma cosa accadrebbe se ci rendessimo tutti conto di essere animali nient’affatto speciali? In fondo, non sappiamo neppure volare, mentre gli uccelli sì …

Liviu Anastase: Non sarei così radicale nel stabilire l’animalità umana solo perché abbiamo un solo costituente in più rispetto agli animali (la ragione). In fondo le nostre capacità creative e spirituali ci fanno ‘volare’ più in alto degli uccelli. Piuttosto farei una distinzione effettiva tra creato-uomo e creato-animale sulla base della nostra derivazione essenziale da Dio (non in senso ontologico –senso in cui siamo in un rapporto di discontinuità con Dio –, ma piuttosto relazionale). In virtù di essa, come promessa di ripristino della Sua somiglianza nell’uomo, l’eone futuro porterà la riammissione nei nostri diritti primordiali. L’uomo sarà rifatto eterno ma questo sarà condizionato dalla grazia divina. In ogni caso, questa dipendenza non altererà la qualità della sua umanità: l’uomo escatologico sarà un ente legato alla vita divina ma indipendente (libero) nella sua umanità piena.

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