CeCSUR: “Religione, società e speranza” con Jürgen Moltmann (English / Italiano)

25 03 2009

Noi&Moltmann
Incontro CeCSUR – Istituto Teologico Avventista Villa Aurora con il teologo Jürgen Moltmann (23-24 marzo 2009). Italiano – English
jmoltmann23marzo09primaparte
jmoltmann23marzo09parte2
domandemoltmanndopoparte2
jurgen-moltmannrisurrezione
jurgen-moltmannsabato





“Il volto umano: natura e relazione” (versione tardiva)

9 09 2008


Presentazione tesi specialistica

L’uomo è stato creato ad immagine di Dio non solo riguardo a Dio e alla sua essenza, ma anche in relazione con l’altro, con cui configura tale immagine. Considerata l’«immagine» di Dio nel suo momento di partenza (origine) e d’arrivo (vocazione) si lascia spazio ora ad un’antropologia relazionale del volto che integra questa visione iniziale con un successivo conferimento, quello del volto relazionale. E questo appunto perché l’uomo sostanzialmente gioca entro questi due paradigmi: l’essenza e la relazione.
Espressione della categoria relazionale dell’immagine, il volto è promotore e motivo di rinnovamento. Il volto non si può manifestare nell’egemonia dell’altro. Il volto non subisce l’altro, ma non sussiste nemmeno lui come sovrano dell’altro. La pluralità dei volti cede spazio solo per l’autorità comune sul creato perché è il Regno degli uguali, che lascia libera l’espressione delle parti in relazione al tutto. Ospitare vuol dire costruire un tempo-spazio dove l’altro, colui che è ospitato, si può mostrare nella sua identità. Colui che ospita cerca il dialogo con l’ospite senza attenuare la sua presenza, la sua identità.
L’antropologia relazionale va considerata nei due aspetti: «intrapersonale» e «interpersonale». La relazione dialogica con l’altro volto deve essere resa possibile nell’equilibrio fra il senso di incompletezza parziale (apertura all’altro) e la necessità di non sopprimersi davanti all’altro (affermazione di sé). L’ermeneutica del volto si muove nell’ambito dell’antropologia relazionale, consacrando al termine «volto» la valenza relazionale che gli è dovuta. Considerando il volto si possono delineare una natura essenziale ed una relazionale.
La natura essenziale del volto si riferisce alla struttura umana e a ciò che caratterizza l’uomo nella sua origine e nella sua destinazione escatologica. L’essenzialità del volto comprende la tutela dell’essenza del volto e la sua trasformazione. Il dovere del credente è di custodire il volto essenziale primordiale che Dio gli ha elargito alla creazione. Il volto è la forma misteriosa di una suprema presenza e il segno esterno di una realtà interna. L’essenza espressa nel volto è la manifestazione simultanea dell’assoluta subordinazione (per causa della sua incompletezza strutturale senza l’altro) e della sua assoluta libertà (perché fatto alla somiglianza di Dio, cioè come agente libero).
L’incompletezza parziale del volto fa in modo che esso non basti a se stesso. Il volto si costruisce nella relazione. Il volto relazionale bisogna che si cristallizzi intorno all’altro volto. Il volto è fatto da Dio, ma non tanto per Dio. Il volto si dà alla presenza dell’altro volto. L’immagine di Dio, sia come origine che come vocazione, è, in effetti, un concetto molto autoreferenziale. Perciò, il volto viene a completare l’immagine di Dio perché è una rappresentazione definitasi rispetto all’altro volto. L’«immagine» è vista così nella sua accezione più unitaria: l’immagine interna (essenza) ed esterna (volto).
In vista della relazione con il volto, l’uomo è chiamato alla tutela (sincronia) di ciò che è buono in lui e alla trasformazione (diacronia) di ciò che non lo è. Si parla dunque di una crescita e di una trasfigurazione del volto. Lo strutturarsi in una forma più armonica si realizza con il superamento dell’ego, un cambiamento che scaturisce quando si entra in contatto con la parte più essenziale di noi. La personalità è il nostro essere nel mondo. Il volto è l’adattare la sua essenza in modo da relazionarsi con le altre essenze dei volti simili. Ogni volto é il corrispondente o la storicizzazione dell’essenza divina nella carne perché Dio è l’essenza ed il centro spirituale del volto.
La trasformazione del volto. L’essenza espressa nel volto non è statica: è un valore da conservare, ma anche da sviluppare o addirittura da cambiare. Il dinamismo del volto significa crescita, rinnovamento costante e nobilitazione del volto. Cristo è l’essenza dell’umanità ed è pure l’essenza della divinità svelatasi all’umanità. Cristo è il volto della trascendenza fattasi manifesta nell’immanenza del volto umano. Cristo è la persona infinita che si rende finita per scoprire la magnificenza del volto del suo Padre. Cristo compare come fattore d’unità solidale fra la natura umana e quella divina.
La natura relazionale del volto implica trascendenza e storicità. Ciò che trascende è il mistero del volto. Il volto trova un paradigma in Dio stesso (Ro 12: 2): come Dio ha la sua «perfetta volontà» e unicità che non può essere piegata da altri, così ogni uomo ha una sua trascendenza. Il volto esprime da un lato la sua affermazione di sé, che è una volontà non relazionale. Dall’altro lato, la sua «perfetta volontà» è anche «buona » e «gradita», una volontà non più per se stessa, ma anche per l’altro, dunque una volontà relazionale. La trascendenza è considerata qui non solo nell’accezione di chiusura (essenza fissa o trascendente) o di inafferrabilità del volto ma anche nella sua risposta interattiva ed attrattiva (estetica). Il volto diviene non solo il luogo della scelta etica e quindi del miglioramento, ma anche della letizia estetica del rapporto con l’altro volto.
Così la natura relazionale del volto si riferisce anche alla storicità, oppure alla presenza del volto. Si tratta sostanzialmente della manifestazione dei principi morali divini nel mondo delle relazioni fra i fenomeni amici, ma in un modo estetico. Questa implica la fratellanza e ciò che attira e dà bellezza in una relazione.
Il volto è esperienza metafisica solamente quando l’uomo si trova di là di se stesso, vale a dire quando incontra il volto altrui. Il reale storico è definito non solo dalla presenza dell’io ma anche dalla presenza dell’altro volto. Il trascendente si accoglie attraverso dei segni: il volto è un segno della trascendenza espresso nella storia. L’alterità è concreta, l’io incontra l’assolutamente altro, che diviene il luogo d’incontro con la metafisica. Certamente, il volto ha una forma sensibile; il suo principio appartiene al mondo empirico. Questa sensibilità del volto permette l’esserci della relazione. Tuttavia, l’uomo si trova fra la realtà fenomenica (materiale) e quella trascendente (spirituale). Quindi, anche il volto, come parte costituente dell’essenza umana, ha una doppia dimensione: una trascendente e una storica. L’uomo può percepire la presenza del volto altrui quale fenomeno storico, oppure quale manifestazione del trascendente. Da qui risulta la coesistenza di due costituzioni che misteriosamente dispongono della facoltà di coincidere: l’uomo ha una fondazione divina, ma è di natura umana.
L’essenza strutturale dell’uomo si trasforma secondo l’immagine di Dio, il volto dialogico cresce assistito dalla grazia di Cristo. Se la nostra relazione con l’altro non fosse basata e misurata con la misura di Dio, essa si logorerebbe. La relazionalità del volto va garantita dalla fedeltà alla sua struttura. La relazione con Dio non ha il ruolo di stornare dal mondo, perché la nostra «origine» ci stabilisce come aperti al mondo e la nostra «vocazione» non è autoreferenziale, ma preparazione e trasformazione per trovare l’altro. Il volto non è la maschera per proteggere il sé, ma ciò che ci porta all’altro. Dio è il garante e il mediatore del modo giusto di porsi nei confronti del mondo: non assorbiti dal mondo, ma nemmeno non volti ad inghiottire per sé il mondo. Il richiamo necessario a «non conformarsi al mondo» (Ro 12: 2) deve essere visto nell’ottica di questo giusto rapporto.
Il volto non indica semplicemente la presenza dell’altro, ma esprime anche la modalità secondo cui tale presenza si dispone. Il volto rappresenta un certo modo di essere presente dell’altro. Altro si presenta come un infinito di modi possibili velati per me. Per questo ciò che nel volto si fa presente è l’infinito. Il volto si rifiuta di essere contenuto, posseduto o spiegato per la sua stessa essenza trascendentale. Prima di tutto, l’umanità del volto è di ascendenza divina, ma poi è relazionale e storica. Il volto è appartenenza ed affermazione di questa appartenenza, ma è anche contestazione della egemonia dell’io. La relazione con il volto esige la coesione. L’espansività verso l’altro volto delinea meglio i lineamenti del proprio. L’appartenenza riempie di senso la propria identità e fa sì che il Regno si costituisca in armonia e pace. Questa comunione contiene l’incontro con il volto ed è il sacrificio dell’io.
Nel sacrificio del volto non si ha una frammentazione dell’io, ma una ricomposizione olistica in funzione dell’altro da me. Per permettere che il volto sia in dialogo con il sé, l’io si ritira e lascia uno spazio dialogico per la manifestazione del volto. Il volto è l’essere predisposto nell’economia del sacrificio di sé, ma istituito in ogni caso come vittoria della propria vita. È una vittoria della propria vita sulla propria morte. È una morte di sé che promuove una vita nobile e superiore come qualità. Questo è un sacrificio che combatte i totalitarismi dell’io. Non si tratta di una tendenza all’autodistruzione, ma è l’amore per la vita, che va vissuta come unicità legata alla diversità dell’essenza, ma anche come compatibilità dialogica fra i volti. È la rivincita sul totalitarismo dell’io, che reintegra l’identità nella totalità, che riconosce la pienezza essenziale dell’io solo in relazione con l’altro volto.





Il Sabato

21 11 2007

 Sabato, dimensione temporale della compartecipazione al divino

 

 Libro di riferimento:  “Il Sabato” di Abraham J. Heschel

                                                     

Motto:

Tutto quello che occorre per santificare il tempo è Dio, un’anima, e un momento.

 

L’osservanza del comandamento di riposare nel settimo giorno vuol dire lavorare sei giorni con le cose dello spazio ma essere innamorati dell’eternità (Sabato). Nei giorni lavorativi lottiamo con il mondo (presenza nello spazio); nel settimo giorno cerchiamo di dominare il nostro io, stando in umiltà davanti a Dio (presenza nel tempo). La gioia del possesso è forse un antidoto al terrore del tempo, però non possiamo conquistare il tempo attraverso lo spazio. Questo è la realtà che noi affrontiamo, ma non possediamo in quanto inafferrabile. Possiamo dominare il tempo soltanto nel tempo. L’atto con cui possiamo farlo è la presenza spirituale nel tempo. Il Sabato è lo spirito sotto forma di tempo, è la presenza di Dio nel mondo, aperta all’anima dell’uomo. Il momento presente esiste perché Dio è presente. Il Sabato esiste perchè Dio esiste.

Il problema è come non essere assenti quando il tempo è presente. E ogni momento è una presenza che reca con sé una grande distinzione, ed è peccato credere nella identicità, poiché nessun istante ha dei precedenti. Ogni momento è un nuovo  arrivo della presenza di Dio nel mondo. Questo arrivo chiede di essere salutato, chiede che l’umano abbracci il divino. Non dobbiamo lasciarci sfuggire il momento, anzi dobbiamo riempirlo di un significato. Ciò che resta nell’anima è quel momento di intuizione più che un luogo dove l’atto si è svolto. Un momento d’intuizione è una fortuna che ci trasporta oltre i confini del tempo misurato. La vita spirituale comincia a decadere quando non riusciamo più a sentire la grandiosità di ciò che è eterno nel tempo. Sabato non è un interludio, ma un culmine del vivere. Il riposo perfetto è un’arte, il risultato di un’armonia tra il corpo, la mente e l’immaginazione. La ragione è che il settimo giorno è una miniera nella quale si può trovare il prezioso metallo dello spirito con cui costruire il palazzo nel tempo, una dimensione in cui l’umano si sente come se fosse in presenza con il divino; una dimensione in cui l’uomo aspira a raggiungere la somiglianza con il divino.

Il rituale ebraico può essere caratterizzato come l’arte delle forme significative nel tempo, come architettura del tempo. Non c’è santità nello spazio. Dio è dappertutto, non può essere in un luogo preciso. A nessun oggetto dello spazio viene attribuito il carattere della santità come per il tempo (Sabato). La santità del tempo sabatico stabilitasi alla creazione, sarebbe stata sufficiente per il mondo; ma la santità dello spazio (Santuario) era un compromesso necessario per corrispondere a una richiesta che il popolo rivolgeva a Dio. L’essenza del Sabato è completamente al di fuori dello spazio. Sabato ed eternità sono una cosa sola – o della medesima essenza. Il Sabato ci mette in sintonia con la santità del tempo. Il Sabato è un esempio del mondo futuro. In questo giorno siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione; dal mondo della creazione alla creazione del mondo. Infatti, il Sabato è un ricordo dei due mondi: questo mondo e il mondo futuro; esso è un esempio di entrambi i mondi. Il Sabato è gioia, santità e riposo; la gioia è parte di questo mondo, la santità e il riposo sono del mondo futuro.

Sperimentare il sapore dell’eternità è la vita eterna nell’ambito del tempo. Un requisito importante per essere capaci di affrontare e accogliere il presente è il senso di anticipazione, il cui opposto è, invece, l’evasione e il timore dei momenti futuri. L’uomo agisce e reagisce nei confronti di quel che incontra o conosce, cioè degli esseri che gli sono concomitanti, che gli stanno di fronte. Ma stabilisce un rapporto anche con ciò che non è ancora entrato nell’esistenza. L’uomo si rapporta tanto a ciò che esiste quanto a ciò che potrà o non potrà esistere. Pertanto i due modi fondamentali con cui egli si pone in rapporto con le cose sono il confronto e l’anticipazione. La benedizione dell’esistenza si rivela nella facoltà di anticipare il futuro. L’esistenza comporta la visione, la speranza, la capacità di attendere.

Il tempo è il prodotto dell’eternità in azione, ossia l’eternità in movimento. I giorni dello spirito non svaniscono mai. La materia si disolve ma un atto non muore mai. La materia è ricordo di momenti, è tempo accumulato, congelato. Così la fede è il concretizzarsi di tanti momenti di meraviglia. Vivere in modo spirituale, creativo è convertire le cose dello spazio in momenti di tempo. Il sacro non è presente nella materia stessa; è una preziosità che viene conferita alle cose da un atto di consacrazione e persiste in forza del rapporto con Dio. Come eternità, l’essenza del tempo è attaccamento, la comunione. Il settimo giorno è come un palazzo nel tempo come un regno per tutti. Il tempo non è perso quando sai esaltare la coincidenza del tuo essere con tutti gli esseri: lo spazio divide (Babele) invece il tempo (Sabato) unisce. Non è una data ma un’atmosfera; non un diverso livello di coscienza ma un clima diverso; è come se in qualche modo fosse cambiato l’aspetto di tutte le cose.

L’immagine, una cosa dello spazio, divenne portatrice delle verità, involucro di una presenza, di una grazia, dotata non soltanto di santità ma anche di vita. Siamo chiamati a essere un’immagine nel tempo, a vivire come immagine ed esempio di Dio. La Sua presenza non è una cosa dello spazio, ma la continuità stessa per cui io sono. Egli non è soltanto di fronte a me, ma è il mio stesso essere come continuo essere creato. La creazione è il linguaggio di Dio, e il Tempio è il Suo canto, mentre le cose dello spazio ne costituiscono le consonanti. Santificare il tempo significa cantare le vocali all’unisono con Lui.